TRIPOLI, 21 febbraio (Reuters) - Il leader libico Muammar Gheddafi combatterà la rivolta popolare in atto fino "all'ultimo uomo", ha detto oggi uno dei suoi figli mentre il popolo nella capitale Tripoli si è unito alle proteste per la prima volta dopo giorni di disordini nella città orientale di Bengasi.
I manifestanti antigovernativi hanno sfilato per le strade di Tripoli, leader tribali hanno parlato contro Gheddafi mentre unità dell'esercito hanno disertato e si sono unite all'opposizione. Il paese nordafricano, esportatore di petrolio, è alle prese con una delle più sanguinose rivolte che ha scosso il mondo arabo.
L'ambasciatore della Libia in India ha detto alla Bbc di volersi dimettere per protesta nei confronti della repressione violenta costata finora la vita a oltre 200 persone.
Intanto stamattina è andata a fuoco la sede di Tripoli del Congresso generale del Popolo, cioè il parlamento libico, riferisce un reporter Reuters, anche se la città appariva calma, con scarsa presenza di polizia. Dopo le proteste di ieri sera, piazza Verde è stata invasa dai sostenitori di Gheddafi, rimasti a manifestare fino alle 4 di mattina (le 5 in Italia), ha detto un residente
Invece Bengasi, la città da cui è partita la rivolta, sarebbe nelle mani dei contestatori, secondo quanto riferito da alcuni abitanti.
Saif al-Islam Gheddafi, uno dei figli del leader, è apparso sulla tv nazionale nel tentativo di minacciare e al tempo stesso calmare il popolo, dicendo che l'esercito imporrà la sicurezza a qualunque costo.
"Il nostro spirito è alto e il leader Muammar Gheddafi sta guidando la battaglia a Tripoli e siamo con lui come lo è l'esercito libico", ha detto. "Continueremo a combattere fino all'ultimo uomo, persino all'ultima donna... Non lasceremo la Libia agli italiani o ai turchi".
Saif al-Islam Gheddafi ha poi accusato gli esuli libici di fomentare le violenze. Ma ha anche promesso dialogo sulle riforme e l'aumento dei salari.
ATTACCO A UN CANTIERE SUDCOREANO
Centinaia di persone, alcuni armati di coltelli e pistole, hanno attaccato ieri sera un cantiere sudcoreano a Tripoli, innescando uno scontro in cui sono rimasti feriti almeno 18 stranieri, riferisce oggi il ministero degli Esteri di Seoul.
I libici hanno attaccato intorno alle 23 ora locale, e nuovamente alcune ore più tardi, ha detto a Reuters un funzionario del ministero.
Ma "lo stallo si è concluso a mezzogiorno ora della Corea (le 5 locali)", ha detto un altro funzionario del ministero.
Nell'attacco sono rimasti feriti 15 operai del Bangladesh - due dei quali accoltellati e in condizioni serie - e tre sudcoreani.
Intanto, tra le aziende italiane presenti oltremare, Eni ha riferito che la produzione dui idrocarburi continua, Finmeccanica sta facendo rientrare i pochi - meno di 10 - dipendenti italiani impegnati nella joint venture AgustaWestland per la produzione di elicotteri.
EXPORT PETROLIO A RISCHIO
Il sostegno al leader, al potere dal 1969, sta vacillando anche fra le tribù del deserto libico.
Il leader della tribù orientale Al-Zuwayya ha minacciato di tagliare le esportazioni di petrolio se le autorità non interromperanno quella che ha definito "oppressione nei confronti dei manifestanti".
Parlando alla tv Al Jazeera, Shaikh Faraj al Zuway ha detto: "Interrompreremo le esportazioni di petrolio verso i Paesi occidentali entro 24 ore" se la violenza non si ferma.
La Libia è il quarto esportatore di petrolio. Produce 1,6 milioni di barili al giorno, 1,1 dei quali vengono esportati, secondo i dati libici.
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